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Una grande armonia

 

L’acqua si trova dappertutto, è sempre in movimento: dal terreno passa alle piante, dal vegetale all’aria e all’animale, dalla montagna al mare tramite il torrente e il fiume; dalla nube sul mare, alla sorgente terrestre e così via. Può essere fonte di benessere e di ricchezza e nello stesso tempo può divenire causa di disagi e catastrofi. Ha la capacità di autodepurarsi, quando è modestamente inquinata. Col suo movimento agita le scorie, le scioglie, le frantuma, permettendone il deposito nel fondo o causandone la trasformazione in elementi più semplici per mezzo di batteri che se ne nutrono.

I micro e i macro organismi vegetali e animali che vivono nel corso d’acqua formano una comunità assai complessa; quando questa comunità è in perfetta efficienza i diversi organismi attuano un purificazione continua delle acque, però è necessario, perché ciò avvenga, che sia costantemente presente l’ossigeno. Quando l’inquinamento è in atto, le sostanze sospese in genere compromettono la funzione clorofilliana, gli oli, i grassi imbrattano il plancton, sottraendo cibo ai pesci. I detergenti sintetici interferiscono nel meccanismo di riareazione delle acque; più grave è la minaccia dello scarico dei rifiuti, specie in presenza di sostanze radioattive.

            Quello dell’acqua è un problema antico, se pensiamo che, già a partire dal secondo millennio a. C., gli uomini si preoccupavano di controllarne la qualità. In un manoscritto dell’epoca si legge: “è opportuno conservare l’acqua in recipienti di rame, esporla alla luce del sole e filtrarla mediante carbone”. Il legislatore babilonese Hammurabi proibì ai conciatori di pelli di lavorare in città, per non avvelenare le acque e non inquinare l’aria.

Ad Alessandria d’Egitto Cesare (47 a. C.) trovò acquedotti destinati a portare l’acqua del Nilo in grandi cisterne, dove il liquido veniva depurato per sedimentazione. Numa Pompilio, primo legislatore di Roma, dettò norme a varie categorie di artigiani per proteggere l’ambiente. Secoli dopo, il cronista tedesco medioevale Ottone di Frisinga descriveva l’arrivo a Roma dell’esercito imperiale, dicendo che gli stagni, le caverne e le rovine intorno esalavano vapori velenosi e l’aria in tutto il contado era carica di miasmi e di morte.

Il mondo moderno dispone dei mezzi più sofisticati per depurare e ravvivare l’acqua. Attraverso la schiumatura o la decantazione, i letti batterici, i fanghi attivi, la digestione anaerobica, la flocculazione, la filtrazione rapida o lenta, la clorazione od ozonizzazione, l’acqua riesce a rivivere. Il meccanismo dell’inquinamento delle acque naturali, ciononostante, permane estremamente complesso. Numerosi i casi anche recenti in Italia (disastro doloso e avvelenamento delle acque a Chieti, falde inquinate a Bussi, terra dei fuochi, . . .), come in tutti i paesi industrializzati, ove i fenomeni d’inquinamento divengono sempre più giganteschi. Coinvolgono la nostra dimensione interiore, profonda, personale e quella universale, che si rivela mediante l’interesse ai grandi problemi dell’umanità. Dobbiamo puntare a una posizione di raccordo fra scienze esatte e morale: la ricerca del significato autentico e positivo di progresso al servizio dell’umanità.

Non a caso la Geografia fisica è stata definita da A. N. Strahler (1975): “Una sintesi di varie discipline delle Scienze Naturali che ha per fine lo studio delle interrelazioni fra l’uomo e il suo ambiente fisico”; memore degli insegnamenti di Humboldt e di Ritter, aggiungeva che “la natura e la storia, la terra e l’uomo sono in mutuo rapporto strettissimo, e non formano che una grande armonia”.

di Rina Di Giorgio Cavaliere

 

 

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