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MODENA CITY RAMBLERS di Milvia Comastri

 

MODENA CITY RAMBLERS

Di MILVIA COMASTRI

 

Carissimi,

 dopo “Donne, ricette, ritorni e abbandoni”, con piacere torno a recensire il secondo  libro di Milvia Comastri. “ Colazione con i Modena City Ramblers” è una  raccolta di dieci racconti dove i  testi affrontano diverse tematiche: incontri, allontanamenti, appuntamenti con la vita e con le sue scelte. L’autrice con una scrittura tenace e fluida, racconta vita, abbandoni, rotture, rinascite, disinganni, speranze, mutamenti. Un libro che è un ricostituente per l’anima, perché cura paure, rimpianti e tentennamenti, che il quotidiano vivere ci mette in conto. Dieci racconti dalle virtù benefiche che consiglio vivamente, perché ci aiutano a tirare fuori i nostri desideri, anche quelli che oramai avevamo chiuso in un cassetto, e ci aiutano  a combattere i fantasmi che spesso portiamo dentro senza riuscire a disfarsene. Lo consiglio anche a chi sostiene di non trovare tempo per la lettura, magari questo libro vi introdurrà in un mondo(quello delle relazioni sociali e interpersonali )che vi piacerà conoscere. Vedrete, una volta letto lo conserverete con cura accanto alle cose che amate di più. Ma attenzione, questo libro potrebbe far venire fuori anche la parte più in ombra di voi, perché potrebbe spingervi a prendere decisioni sulla vostra vita che non stavate neanche a immaginare. Sono sicura, questo libro  lascerà un segno in voi, perché coinvolge e dona sensazioni e suggestioni che difficilmente voleranno via. Un libro profondo e sensibile, ricco di valori.  Racconti che narrano sofferenze e momenti sereni di personaggi così umani e veri che sembrano interloquire con noi. Parole bisbigliate talvolta dalla realtà, talvolta dalla fantasia della bravissima Milvia, che come un soffice scialle  ci avvolgono nel valore dell’umanità.  Il libro incomincia con la storia di un piccolo malato e si conclude con quella di una donna che conosce il dolore fisico e psicologico.  Le altre storie, raccontano la fragilità e la forza di persone che coltivano la speranza, che non cedono ai dolori della vita, perchè anche se sembrano ormai sconfitti, l’autrice lascia una possibilità, l’impegno di poter ancora decidere in quale direzione andare. E lo stesso lettore non avrà certezze, dovrà essere lui, di volta in volta, a ipotizzare una possibile conclusione della storia. Credo che Milvia sia una brava scrittrice perché non allontana il dolore dalle sue storie, ma la considero anche una  brava narratrice  perché sa raccontare le storie, anche quelle più forti, con discrezione e delicatezza che solo le persone sensibili hanno per i sentimenti e le debolezze altrui.

 Dal libro

«L’allarme non ha suonato. I pensieri se ne sono andati in fumo, in silenzio, perduti fra le fiamme, nella notte. I vigili del fuoco sono arrivati tardi, a sacrificio consumato. Sembra che qualcuno abbia detto: Erano solo libri. Davide Doria sta in mezzo alle rovine della sua libreria. Un libraio, che altro non sa fare. In mezzo a parole in cenere. Un uomo di mezza età, magro come un filo d’erba, le occhiaie che rivelano il sonno-sogno spezzato nella notte, quando il trillo del telefono è esploso nel silenzio della casa. Il silenzio».

«E così una sera se n’ è andata. Senza dirmi niente. Che se me lo avesse detto, io. Si è alzata da tavola, ha preso il suo piatto, la forchetta, il coltello, il bicchiere ed è andata in cucina. Poi ho sentito l’acqua che andava giù nel lavello. E poi il click dello sportello della lavastoviglie. È ritornata, si è fermata dietro di me. Ho messo il giornale sul tavolo e mi sono girato. Mi ha guardato con quel mezzo sorriso che mette su quando sta per dirmi qualcosa che mi farà incazzare. Come che devo parlare di più, che non devo leggere quando mangiamo, che non sono premuroso. Che sarebbe ora che la legalizzassimo, ‘sta unione. Che lei mi ama e io no, non l’ amo. Quelle rotture di palle lì, insomma. Mi sono preparato a non ascoltarla. Ma lei non ha detto niente. È uscita dalla stanza, e dopo un secondo, tum, la porta di casa che si chiudeva».

 “La canzone cessò, lasciando echi di una dolcezza struggente.

Rimasero ancora abbracciati, ondeggiando leggermente.

Il ragazzo capì che era arrivato il momento di dirle della nave che fra poche ore lo avrebbe riportato a casa.

La ragazza si ricordò di una frase che le diceva sempre la nonna: che i sogni muoiono all’alba.”

 

 

 

 

 

 

di Giusy Carbonaro

 

 

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