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LO HANNO DETTO IN TV


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Durante il lungo e difficile periodo della pandemia da Covid-19, attraverso lo schermo televisivo sono entrate nelle nostre case, in tempo reale e in forma alquanto invasiva, le notizie e le immagini sulle difficoltà economiche, sanitarie e sociali del nostro Paese. La televisione, tra i nuovi media, rimane lo strumento più tradizionale; un elettrodomestico ormai stabile nell’arredo e nel tempo delle famiglie, ma proprio per questo di grande impatto sulla nostra vita quotidiana. E’ impiegata spesso come mezzo di indagine nella descrizione delle condizioni familiari, delle opinioni e della comunicazione interpersonale. Esercita anche un notevole influsso pervasivo, sul quale gli studiosi s’interrogano da anni con timore in merito ai contenuti scelti e veicolati e al linguaggio impiegato.

Il suo ruolo è rimasto vivo in maniera significativa in questi mesi, durante i quali si è registrato un incremento ragguardevole del tempo pro capite trascorso in collegamento tv, per l’evidente passività motoria e gestuale del suo utilizzo e per le forti restrizioni nei contatti sociali. Secondo l’Istituto di ricerche di mercato Gfk in questo anno le famiglie italiane hanno comprato 5 milioni di tv con prezzi in aumento del 18%; a spingere verso l’acquisto anche lo switch off di settembre con un nuovo sistema di codifica del segnale dei canali.

E’ una finestra sul mondo, uno strumento di comunicazione che può raggiungere milioni di persone nella tradizione dell’intrattenimento e dell’informazione. Ci abitua a un’estrema confidenza con il vedere e con le forme concrete e a qualcuna con le forme astratte del pensiero. Esiste, quindi, un rischio particolare di manipolazione dello spettatore connesso con l’occhio televisivo; pensiamo ai telegiornali nella selezione o nel montaggio di frasi dette dagli autorevoli personaggi intervistati e alle notizie sul Covid che, da oltre un anno, stanno sui notiziari e sui relativi programmi di approfondimento, spesso in una forma di allarme. Se è vero che gli usi della televisione nella vita sociale e familiare costituiscono una prospettiva ineliminabile per capire i processi di crescita sociale e di formazione, non è meno vero che porsi domande sugli effetti rimane un elemento stabile nella ricerca di un rapporto più equilibrato.

L’informazione, facilitata da un approccio propositivo ai problemi attuali, gravi e urgenti, di certo ci aiuta a comprendere adeguatamente le problematiche aperte nel nostro contesto sociale e la prospettiva di soluzioni rispettose della dignità dell’uomo. Tra i principali articoli della Costituzione vi è l’articolo 21, che garantisce e tutela la libertà di opinione, affermando che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Nel corso degli anni è stata avvertita l’esigenza di tutelare in primo luogo il diritto del cittadino a ricevere un’informazione corretta e veritiera. La legge ha posto dei limiti alle concentrazioni editoriali e radiotelevisive, per impedire che alcuni, attraverso il controllo di numerosi giornali e reti televisive, potessero influenzare o manipolare l’opinione pubblica. Non sottovalutiamo l’obiettivo educativo, propedeutico alla presa di coscienza storica da parte del cittadino: la formazione necessariamente lenta e paziente dell’abito critico, cioè della capacità e dell’abitudine permanente di informarsi, confrontare e infine giudicare.


 
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