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La strada dello Stelvio


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Lo scenario dell’oggi è simile a quello che si presenta dopo ogni grande cesura storica. Pochi mesi dopo la morte di Albert Einstein, avvenuta nel 1955, fu pubblicato il suo testamento spirituale: “In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell’esistenza dell’umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse tra loro . . . dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra? E’ arduo affrontare questa alternativa, poiché è così difficili abolire la guerra; essa richiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale . . .”

Tali parole, a sessant’anni di distanza, sono ancora efficaci nel loro appello all’umanità, se uno stato come la Repubblica popolare democratica della Corea del Nord torna ad agitare lo spettro delle armi nucleari, rendendo operativo il suo impianto di Yongbyon

La scienza ha aiutato gli uomini a progredire nel loro benessere fisico e intellettuale, ma quali invece sono i limiti, se non addirittura gli effetti controproducenti sulla società umana; una realtà costituita da interconnessioni planetarie di uomini, merci e notizie.

Di fronte all’esplodere del problema delle nazionalità e delle etnie, alle guerre intestine, al tema spinoso delle migrazioni di massa e alla questione ecologica, tutte le categorie di lettura del contemporaneo (non solo quelle sulla storia, ma anche quelle della politica e dell’economia) devono essere riviste, per costruire nuovi paradigmi che sappiano leggere e reggere il cambiamento in corso.

Il dipinto “La strada dello Stelvio, in Valtellina” (Giuliano Cavallini) ci offre l’immagine di una natura aspra: il versante montano dell’Ortles Cevedale, che giganteggia e domina il quadro con la sua imponenza e imperiosità, in particolare la strada, lungo la quale appaiono piccolissimi alcuni autoveicoli, quasi sperduti nella grandiosità dello scenario. Ci interroghiamo sul senso dell’essere al mondo da un confronto fra il creato, l’ambiente, espressione del Creatore e la piccolezza dell’uomo. Cerchiamo di cogliere il messaggio latente dell’immagine, nascosto e tuttavia molto  esplicito: quanto è piccolo l’uomo di fronte all’immensità del Creato, di cui tale immagine è soltanto una pallida raffigurazione.

 

 


 
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