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Il gioco degli umani affetti


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Ciascuno di noi, quando ascolta la musica, percorre un tratto della propria formazione culturale e umana, la stessa che porta gradualmente al formarsi di un gusto critico musicale; chi più, chi meno. È recente la notizia del successo ottenuto dal tenore peruviano Juan Diego Florez nel suo secondo debutto alla Scala; applausi per cinquanta minuti e sette bis su musiche di Rossini, Donizzetti, Donaudy, Massenet e Gounod, ma anche con canzoni del repertorio classico napoletano, come Torna a Surriento.

Attraverso il gioco dei caratteri si è evoluto nel tempo il cammino musicale dal concreto all’astratto, dalla musica di danza alla musica da salotto; ci siamo assuefatti alla discriminazione dei caratteri diversi che può assumere la musica nella descrizione di stati d’animo e di emozioni, da Gastoldi a Rameau, a Schumann. Con il gioco degli umani affetti e con l’aiuto delle musiche di E. De Cavalieri ci siamo addentrati nelle espressioni care al Recitar-Cantando e alle prime forme rappresentative del teatro in musica.

La musica all’aperto, molto presente in questo periodo estivo, condiziona l’organico, la forma e lo stile; abbiamo immaginato le passeggiate musicali lungo il Tamigi e la Senna in compagnia di Händel e Delalande.

Le società ricche hanno commissionato e prodotto nel corso dei secoli prevalentemente musica fastosa e grandiosa. Dal canto suo la chiesa ha sviluppato un repertorio sacro di vaste proporzioni; proprio la forma del canto popolare chiamata contrasto serve per spiegare il dualismo musicale della tecnica antifonale, verificabile quando mettiamo a confronto il canto gregoriano con il linguaggio popolare.

La musica descrittiva trae origine dai madrigalismi che, a loro volta, si possono far risalire alla teoria degli uomini primitivi di imitare le voci della natura in una sorta di musica omeopatica. Tale musica serviva a creare un potere immaginario sopra un oggetto con il riprodurre quello stesso oggetto, pensiamo a La Primavera di Vivaldi.

La nostra tecnologia avanzata, infine, ha cercato soluzioni sofisticate anche dal punto di vista musicale: ad esempio la stereofonia, gli antecedenti storici naturali con le musiche di Gabrieli e Mozart, gli effetti artificiali con le tecniche elettroniche di Stockhausen. Oppure le tecniche dell’improvvisazione e della variazione, rifacendoci a quelle jazzistiche; è naturale il riferimento ad alcune fra le più note melodie americane come Stardust e In the Mood.

Dai canti di caccia delle tribù primitive alle forme astratte dell’Ars Nova, dunque, la musica è stata ed è espressione dell’uomo, delle sue emozioni, della sua storia, inserita nel tempo e nella società alla quale appartiene, circondata dal suo spazio, dai luoghi dove risuona, dalle funzioni per cui è stata composta.

La globalità dei suoi linguaggi permette un approccio significativo persino a chi non sente correttamente. Parte del contributo gioca sulla possibilità di interpretare visivamente e con parole i brani ascoltati. Il pianista Brad Mehldau nel saggio “Prima del Verbo, la musica”, sostiene che il luogo comune, secondo cui l’essenza della musica non si può spiegare con le parole, è una contraddizione in termini. Coloro che hanno una menomazione uditiva, possono essere messi in condizioni di avvertire col corpo le vibrazioni sonore; se coinvolti, approfittando delle rappresentazioni elettroniche dei suoni e delle comunicazioni mimiche dei presenti, possono sviluppare doti di ricezione e comunicazione espressiva.

 


 
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