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Canto della notte


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Dopo aver lasciato le nostre città, anche durante questo periodo estivo, più volte abbiamo sospeso l’azione in cui eravamo impegnati per guardare lontano, arrestato la passeggiata sulla spiaggia per fissare il mare, sfiorato con la mano il petalo di un fiore nei boschi. Oppure abbiamo sollevato il capo per scorgere di là dalla finestra l’azzurro, un tramonto, il cielo stellato della notte. La notte, come dice il poeta (Novalis – Inni), permette all’uomo di aprire gli “occhi dell’anima”. E’ un tema costante e antico nella letteratura universale, anche largamente rappresentato in musica, in particolare quella ottocentesca e del Novecento.

Inizialmente il termine “Musica notturna” riguardava alcune composizioni eseguite di notte e di prima mattina. Mozart è stato il primo a usare il termine “Brani notturni”. Questo genere di composizione si è poi affermato nel romanticismo; ricordiamo “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven.

Hanno scritto Notturni, R. Schumann e F. Liszt. “Canto della notte” s’intitola la grandiosa settima sinfonia di G. Mahler e un notturno in si maggiore per orchestra d’archi è stato scritto da A. Dvořák. Tra le composizioni dell’impressionismo ricordiamo i Tre Notturni per orchestra di C. Debussy in cui effetti orchestrali ricercati e cangianti creano atmosfere delicate. I più amati dal pubblico restano i Notturni di Chopin, benché l’inventore del Notturno per pianoforte sia da considerarsi il compositore e pianista irlandese John Field. Il numero esatto delle composizioni è difficile, perché dava più versioni della stessa composizione e tanto diverse tra loro da poter essere considerate come brani autonomi; ha dato il titolo di Notturno solamente a dodici composizioni, mentre le altre sono qualificate come Romances.

Diversi notturni di Chopin prendono spunto dalle omologhe composizioni di Field. I Notturni di Chopin sono complessivamente ventuno; ai diciotto pubblicati in vita va aggiunto il Notturno giovanile compreso nell’Op. 72, più due altre composizioni pubblicate dopo la sua morte. E’ quanto non si può definire, né tanto meno classificare: l’ineffabile, l’infinito, senza la cui presenza, pur eterea, la vita non sarebbe degna.


 
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