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Sgombero del Ghetto bulgaro.
Lo sgombero da solo non è una soluzione. L’esigenza è quella di avere un tetto peri tanti lavoratori


di Redazione

Foggia, 26 febbraio 2017.

Il campo cosiddetto “dei bulgari” o “ghetto bulgaro” è uno dei diversi insediamenti di popolazione “informali” o “illegali” sul territorio foggiano. Si potrebbe definire la risposta sbagliata ad un’esigenza legittima. L’esigenza è quella di avere un tetto per i tanti lavoratori stagionali o irregolari impiegati nell’agricoltura della Capitanata., un rifugio per le loro famiglie.
Lo sgombero da solo non può essere la soluzione. Rimuovendo qualche povera abitazione, abbattendo qualche baracca, si finge di avere dato una risposta al problema, che è quello del lavoro non regolarizzato, sfruttato, privo di diritti, affidato al caporalato (e in ultima analisi, alla criminalità organizzata). Lavoro che è alla base di gran parte dell’economia foggiana, agricola e non.  Lo sanno tutti, ma si finge di credere ogni volta ad un ‘emergenza, che giustifica i provvedimenti di urgenza, l’azione di forza, magari spettacolare, che porta un facile consenso.
Lo straniero va bene solo finché serve; quando comporta la considerazione dei suoi diritti diventa un problema. E certo, il problema esiste, per le persone che vivono in condizioni degradate, per i minori che non vanno a scuola, o ci vanno poco e male, per le donne che non hanno alcun tipo di sostegno familiare, per chi si ammala e ha scarso o nessun accesso alle cure.
E’ un problema sociale a cui si risponde sempre e solo relegandolo nella sfera dell’ordine pubblico. Certamente, è un problema complesso, perché affonda le radice nel sistema di produzione, nel modello economico in cui ogni soggetto della catena sembra agire in stato di necessità. Ma se un problema è complesso, non è ignorandolo o rimuovendolo che lo si rende più semplice.
La Capitanata è grande e poco popolata: la popolazione di oggi è grosso modo la stessa del 1971, perché questa è terra di emigrazione e immigrazione. Difficile sostenere che ci sia una tensione demografica. Altrettanto difficile, con un terzo delle case non abitate, sostenere che non ci sia modo di trovare altre soluzioni, anche di poco migliori a quelle che poi richiedono l’intervento delle ruspe, operando solo l’ennesima rimozione (fisica per chi viene sgomberato, mentale per tutti gli altri: occhio non vede, cuore non duole).  
Solo un egoismo cieco induce a pensare che negare i diritti delle fasce più svantaggiate possa rafforzare i diritti dei residenti regolari, o, come va dicendo qualcuno, degli italiani (in questo caso, dei foggiani).
Come se cacciare un bracciante bulgaro, o arabo, o africano, si traducesse in posti di lavoro per i laureati disoccupati o condizioni migliori per la gioventù che lavora a “voucher”. Come se radere al suolo un po’ di baracche fatiscenti, dove effettivamente non si dovrebbe vivere, significasse una maggiore tutela del territorio, strade più sicure, rifiuti smaltiti correttamente, acque non contaminate. O come se strappare alle famiglie minori che effettivamente non vivono come dovrebbero e metterli in istituto assicurasse la loro crescita corretta, la loro maturazione armoniosa.
L’Ambasciata di pace chiede di ribaltare completamente l’approccio, per arrivare a prospettare, in una logica di cooperazione fra enti, istituzioni e comunità di persone, soluzioni durevoli a questioni che riguardano l’intera collettività, e non solo qualche minoranza etnica, che diventa sempre di più il capro espiatorio di un’ingiustizia generale.

 L’Ambasciata di Pace di Foggia


 
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