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Non è vero ma ci credo...


di Emy Dell'Aquila

Il viola porta male, il sale gettato alle spalle può allontanare le preoccupazioni, appendere un ferro di cavallo porta bene.

Cari amici e amiche,

purtroppo le superstizioni sono ancora dure a morire.

Pensate che Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla luna, nel 196, era convinto che dal nostro satellite naturale riuscì a tornare a casa solo perché aveva con sé un orsetto di peluche che la Nasa gli aveva permesso di tenere sull’Apollo 11, la navicella con cui era stato messo in orbita. Giovanni Soldini, il celebre navigatore solitario italiano, tiene sempre un grosso corno rosso a bordo della sua barca Fila. Così come Pippo Baudo e gran parte della gente di spettacolo che indulge alla scaramanzia considera il corno rosso il migliore dei portafortuna. Anche nel Terzo Millennio continuiamo a restare intrappolati in un incantesimo di paure e speranze, in una rete di piccoli e ossessivi riti quotidiani per  intercettare la sfortuna e scacciare le disgrazie. In tutto il mondo, ancora oggi, la saggezza popolare attribuisce significati benefici o malefici a vari fenomeni e azioni. Antichissime sono le superstizioni. In genere, avevano il carattere solo esteriore di un’attenzione a ciò che può esser fausto o infausto presagio e con il farci caso si pensava di poter evitare il verificarsi di qualche brutto evento. Per esempio, se nell’uscire si inciampava sulla soglia era un brutto segno: meglio, quel giorno, restare a casa. Si nominava l’incendio durante un banchetto? Era una grande imprudenza alla quale, tuttavia. Si poteva rimediare all’istante gettando dell’acqua sulla tavola. Se un avvocato nella notte aveva fatto un brutto sogno e in quel giorno doveva discutere una causa importante, chiedeva un rinvio. Ingenuità primitive, insomma, erano semplici pregiudizi che potevano suggerire in determinate evenienze di comportarsi in un modo piuttosto che in un altro; accomunavano greci e romani che, al dire il vero, erano molto più superstiziosi di noi moderni in quanto, per loro, la superstizione era un modo corrente e quotidiano di rapportarsi con le divinità che, essendo onniscenti e buone nei confronti degli uomini, si pensava potessero dare, tramite dei sogni, degli avvertimenti per metterli in guardia: l’inciampare il canto di una cornacchia o di un gufo, un cattivo incontro, una parola casualmente udita, un sogno infausto, un’anfora d’olio che si rovesciasse per terra, tante altre inezie, potevano aver valore di presagio. Continua…




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