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Quando venne la pienezza dei tempi

 

 

«Gli astri nella costanza delle loro rivoluzioni non possono seguire un movimento fortuito, perché le cose prodotte dal caso sono spesso soggette a turbamenti e a collisioni. Una legge eterna governa quest’armoniosa rapidità, la quale sostiene tutto quanto abbraccia la mole della terra e del mare e i tanti astri che brillano ciascuno al suo posto. Un tale ordine non può appartenere alla materia vagamente agitata. Una riunione di elementi senza piano e senza disegno non avrebbe questo equilibrio, né tanta saggia disposizione. L’universo non può essere senza Dio. E’ una grande cosa, più grande di ogni concezione umana, la divinità al cui servizio è consacrata la nostra vita. Non è necessario innalzare le mani verso il cielo e scongiurare il custode del Tempio che ci acconsenta di accostarci al simulacro di Dio per essere meglio ascoltati. Dio è vicino a noi, è con noi, è dentro di noi: uno spirito santo risiede in noi, osservatore e custode delle nostre azioni; e noi dobbiamo vivere con gli uomini come se Dio ci veda e parlare con Dio come se gli uomini ci ascoltino».

Non sono le parole di un apologeta, di un Padre della Chiesa, ma di un pagano, di un romano vissuto negli anni in cui Cristo predicava in Galilea, ma che il Cristo non aveva ancora conosciuto. E’ Seneca, il filosofo, che così scrive nelle “Lettere a Lucilio”. E’ l’idea di Dio, del Dio annunciato da Cristo, che si fa strada, che matura nelle genti e che prepara il mondo a riceverlo: tutti sono parte di uno stesso impero e allo stesso modo sono sudditi tutti di uno stesso Imperatore, e tutti sono figli dello stesso Dio. Questo, dunque, è il momento, il tempo giusto per l’annuncio della buona novella: tutti gli uomini sono fratelli.

Nel mistero dell’Incarnazione il posto privilegiato appartiene a Maria, così come il Concilio Vaticano II ha proposto, specialmente nella “Lumen Gentium” al capitolo VIII: «Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, fatto da donna . . . affinché ricevessimo l’adozione in figlioli» (Gal. 4, 4-5). Maria è direttamente collegata con la Chiesa. Afferma Papa Paolo VI nella “Marialis cultus”: «Quando la liturgia rivolge lo sguardo sia alla Chiesa primitiva che a quella contemporanea, ritrova puntualmente Maria: là come presenza orante insieme con gli apostoli; qui, come presenza operante insieme con la quale la Chiesa vuol vivere il mistero di Cristo; e come voce di lode insieme con la quale vuole glorificare Iddio; e, poiché la Liturgia è culto che richiede una condotta coerente di vita, essa supplica di tradurre il culto alla Vergine in concreto e sofferto amore per la Chiesa» (n. 11).

                        

 

di Rina Di Giorgio Cavaliere

 

 

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