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Le tristi vicende di un tecnico di radiologia
Alled prese con un cosiddetto progetto formativo, che non è altro che un placido sfruttamento


di Gerardo Leone

Foggia, 25 gennaio 2013.

Riceviamo e pubblichiamo una nota di un nostro lettore, che ci racconta l’assurda storia di un tecnico di radiologia, laureato in una delle più prestigiose Università italiane, e che è alle prese con le assurde bagarre burocratiche ed istituzionali per una formazione post-laurea.

Insomma una storia che non vorremmo mai ascoltare, ma che è la realtà in cui vivono i nostri  giovani laureati. Sentiamola:

 

Cari lettori,

disponendo di tutto il tempo libero concessomi dallo stato di inoccupazione in cui mi trovo, voglio rendervi partecipi delle bagarre burocratiche ed istituzionali che mi vengono regalate ogni giorno dal sistema italiano e in cui incappo costantemente da ormai quattro mesi. Vi scriverò in forma anonima, poichè ci mancherebbe solo che dessi fastidio a questo o quel politico, o a qualche luminare di Capitanata della medicina, per poter dire addio definitivamente ai miei sogni di lavoro. Sono un tecnico di radiologia, laureato in una delle più prestigiose università d’Italia (o almeno questa è la voce corrente, io non mi associo) e quando intrapresi questo cammino alcuni anni fa il mio futuro, a detta di altri, era roseo e contornato di floride possibilità lavorative, con guadagni sicuri! Mai sentita una fesseria più grande. In tre anni le università, rimpinguate da tasse di iscrizione ai test d’ingresso, sempre più somiglianti a provini per format televisivi che a vere prove selettive, hanno rifocillato il comparto sanitario con esuberi che hanno numeri da paura: all’incirca 500-1000 disoccupati per anno, che moltiplicati per gli anni di crisi generale…et-voilà la previsione rosea si è avverata. Ma non è con questi discorsi da Tg nazionali che voglio ammorbarvi. Il mio caso è più leggero, a tratti esilarante. Mi è bastata una settimana dalla laurea per capire che non sarei stato subito assunto, quindi ho deciso di cambiare rotta ed approfondire la mia preparazione con la cosiddetta formazione post-laurea. Per chi non fosse pratico dell’ambito spiego subito quali sono le strade percorribili una volta laureati in tecniche di radiologia medica: master (costosissimi ma con la buona prospettiva di diventare ottimi soprammobili), tirocini volontari (il metodo più ambito dalle aziende sanitarie di sfruttare e non remunerare i giovani che a tutti gli effetti suppliscono ed integrano il personale più anziano, assente per pausa caffè) ed un'altra forma di tirocinio volontario, il cosiddetto progetto formativo, che alla base ha una convenzione tra l’azienda ospitante e la struttura universitaria in cui si è conseguita la laurea. Quest’ultimo è il metodo migliore, poiché dovete sapere che l’ambito radiologico è regolamentato da norme particolari ed anche a livello assicurativo è uno dei più onerosi di tutto l’ambito sanitario. La procedura sembrerebbe molto semplice. Sul sito dell’azienda sanitaria ospitante è possibile scaricare il modulo di iscrizione a tale progetto, basta compilarlo e farlo pervenire all’azienda stessa correlato da una lista di punti specificanti quale tema approfondire nel tirocinio. Una firma in ospedale, una firma all’università e ultima ma non meno importante la propria firma. Ricordate però la convenzione che deve esserci tra i due enti? Ecco, è proprio qui che nascono i primi intoppi. La mia università (quella prestigiosa) si scopre non essere convenzionata con l’azienda sanitaria in questione e quindi bisogna attuare ex novo tali pratiche. Tutto sembra procedere a rilento e con estrema noia da entrambe le parti. Intere mattinate trascorse al telefono a fare da tramite a due enti che non riuscirebbero ad accordarsi nemmeno se si trovassero di fronte, figuriamoci a chilometri di distanza. Procedure informatiche richieste dall’una che sono invece ritenute inopportune dall’altra. Raccomandate, delibere, notizie equivoche e tempi morti. E se poi ci mettiamo di mezzo le beneamate feste natalizie, allora la disperazione prende il sopravvento. Insomma più una storia di spionaggio, che di formazione. Sono oramai trascorsi dei mesi dall’inizio di questa spiacevole avventura che non ancora sembra volgere al termine e ho deciso di rivolgermi agli ospedali delle zone vicine, sperando che almeno loro accolgano la mia richiesta di placido sfruttamento (perché è di questo che tratta il “tirocinio volontario”). Rimane tuttavia un ultimo sussulto d’orgoglio, uno stimolo che spinge a denunciare il nepotismo e la raccomandazione che vige in tutti gli ambienti oramai, e cosa più importante la totale inadeguatezza degli elementi che sono preposti ad organizzare e gestire la formazione dei ragazzi universitari. Speriamo, o disperiamo. Solo questo ci è rimasto da fare.

 


 
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